In questo testo dal profondo insegnamento morale, teologico ed escatologico, Leone di Giuda ci espone il racconto biblico alla luce del Vangelo e dell'insegnamento cristiano dove l'arca assume il senso e il luogo dove rifugiarsi dalla tempesta che infuria.
Il diluvio universale come simbolo di giudizio e salvezza
Il diluvio: Giudizio di Dio, rovina del male e possibilità di rinascita
Il racconto del diluvio (Genesi 6:11–8:22) è uno dei più universali della Bibbia e al tempo stesso tra i più antichi miti dell’umanità, con analoghi in tutto il Vicino Oriente (es. Gilgamesh, Atrahasis). La Bibbia reinventa questo archetipo, attribuendo al diluvio il senso di un giudizio morale e non solo cosmico: “La terra era corrotta davanti a Dio… piena di violenza” (Gen 6:11). Dio si pente della creazione, ma si muove a compassione verso la possibilità di salvezza data da un solo giusto.
Nel giudaismo messianico e negli insegnamenti di Yeshua, il diluvio è visto come "prototipo di giudizio escatologico": la generazione di Noè simboleggia una umanità che si abbandona al male, ignara dell’imminenza del giudizio, occupata nelle sue attività (“mangiavano e bevevano, si sposavano…”). I primi credenti, in un contesto di crisi e persecuzione, vedevano in questo un parallelo all’indifferenza e incredulità delle masse di fronte all’annuncio messianico.
La generazione del diluvio viene, pertanto, riletta come metafora del mondo che sta per affrontare il giudizio finale, e Noè come la figura del “predicatore di giustizia” che chiama al ravvedimento fino all’ultimo momento, ma registrando la durezza dei cuori. Solo chi risponde all’invito (entra nell’arca) sarà salvato.
Le radici etiche e spirituali del giudizio: Yetzer Harà, shachat e jamás
Nell’analisi messianica, sono soprattutto tre i peccati della generazione del diluvio: l’inclinazione radicale alla malvagità (yetzer harà), la corruzione morale (shachat), e la violenza diffusa (jamás – termine ebraico per “violenza senza legge”). Questo triplice peccato diviene chiave di lettura per la crisi morale del proprio tempo.
L’idea è che, quando la società abbandona completamente il senso di responsabilità, giustizia e pietà, rimane solo la via del giudizio. Tuttavia, anche nel giudizio, Dio offre una via di salvezza: la missione di Noè è “annunciare e avvertire” (secondo la tradizione rabbinica, egli predicò per centoventi anni senza essere ascoltato). Questa pazienza e longanimità di Dio sono tema ricorrente nei Vangeli e nelle epistole (1 Pietro 3:20).
L’Arca come prefigurazione dell’opera redentiva di Yeshua
L’arca: rifugio di salvezza e immagine della Chiesa messianica
L’arca costruita da Noè occupa un posto centrale nella narrazione e nella sua rilettura messianica. Essa è descritto come luogo di salvezza, un “tabernacolo” galleggiante che preserva la vita e il futuro dell’umanità e del creato. Simbolicamente, la teva (arca) è la “casa di Dio” sul caos delle acque, non diversa dalla Dimora nel deserto (Mishkan) o dall’Arca dell’Alleanza, che nei secoli successivi sarà letta come prefigurazione della stessa Chiesa.
Nel pensiero dei primi messianici, l’arca diventa la "più potente figura della salvezza in Yeshua":
- L’arca salva chi vi entra, così come la fede nel Messia salva chi si affida a lui.
- L’arca ha una sola porta, “come Cristo è la Porta” (Giovanni 10:9), e chi entra per quella porta è salvato.
- La narrazione della colomba che porta il ramo d’ulivo rappresenta lo Spirito Santo e la pace ritrovata, simbolo della vita nuova data ai credenti dopo il diluvio della morte e della resurrezione (Gen 8:11).
Nel Nuovo Testamento, la I Lettera di Pietro stabilisce un parallelo diretto e teologico: “Nella quale poche anime, cioè otto, furono salvate attraverso l’acqua. Quest’acqua era figura del battesimo, che ora salva anche voi” (1 Pietro 3:20-21). Il battesimo cristiano, perciò, è visto come ingresso nel nuovo patto, passaggio attraverso le acque di giudizio antiche che distruggono il peccato e donano la vita nuova.
L’arca e la missione escatologica di Yeshua (Gesù)
I primi seguaci di Yeshua lessero nell’immagine dell’arca anche il senso profetico della "missione escatologica": “Come fu ai giorni di Noè, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo” (Matteo 24:37). L’annuncio della salvezza, la pazienza di Dio, il battesimo e il giudizio futuro sono strettamente connessi. Chi oggi, come Noè, “entra nell’arca” è salvato dalla “catastrofe” che viene, che non sarà più di acque ma – secondo la tradizione apocalittica – di fuoco.
La Chiesa, vista come “arca”, è perciò il luogo di raccolta del “resto” fedele prima della manifestazione ultima del Regno messianico. La fede in Yeshua, il nuovo Noè, è la risposta al giudizio imminente: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato; chi non crederà sarà condannato” (Marco 16:16; cfr. Romani 6:3-4).
Testo tratto dalla comunità messianica Sukkot
Leone di Giuda
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