"Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco apparire, sulle nubi del cielo, uno, simile ad un figlio di uomo; giunse fino all'Antico di giorni e fu presentato a lui. Che gli diede potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà, e il suo regno non sarà mai distrutto." (Daniele 7:13 - 14)
Significato nell'Ebraismo
Il "Figlio dell'Uomo" (Bar Enash o Ben Adam): Nell'esegesi ebraica tradizionale, questa figura è spesso interpretata non come un individuo divino o pre-esistente in senso cristiano, ma piuttosto come:
Una rappresentazione collettiva del popolo di Israele (Knesset Israel), che alla fine del tempo sarà riscattato e riceverà il dominio sui regni terreni simboleggiati dalle quattro bestie precedenti.
Un agente divino o una figura angelica a cui viene delegato il giudizio e il dominio, ma che non è necessariamente il Messia davidico atteso sulla terra.
Una designazione per il Messia, ma che ne sottolinea l'origine celeste o la natura trascendente (a differenza del Messia "terreno" che sconfigge i nemici, il Messia che viene sulle nubi simboleggia un'era di redenzione completamente divina e miracolosa).
Le Nubi del Cielo
Nella tradizione ebraica, le nubi (o la colonna di nube) sono classicamente il simbolo della Shekhinah (la Presenza o Gloria di Dio), come nella narrazione dell'Esodo.
L'arrivo "sulle nubi" indica quindi che la figura ha origine divina/celeste e che la sua manifestazione è un evento divino e sovrannaturale, un'irruzione della dimensione trascendente nella storia umana. Non è un re terreno.
Differenza dall'Esegesi Cristiana
La differenza fondamentale risiede nell'identificazione:
Esegesi Cristiana: Interpreta questo passo (Daniele 7:13) come la principale profezia veterotestamentaria della Seconda Venuta di Cristo (Gesù) in gloria, confermando la sua divinità ("Figlio dell'Uomo" come titolo messianico-divino).
Esegesi Ebraica
Attende ancora l'arrivo del Messia. La figura di Daniele 7:13 (sia che sia un agente collettivo o un Messia trascendente) non è identificata con Gesù di Nazaret. Il Messia ebraico atteso è, in genere, un leader umano, discendente di Davide, che porterà pace universale e redenzione nazionale (ricostruzione del Tempio, ritorno degli esuli, pieno adempimento della Torah).
La manifestazione del Cristo sulle "nubi del cielo" è, per il Cristianesimo, la naturale trasposizione e compimento della profezia ebraica del Figlio dell'Uomo in Daniele.
Trasposizione e Immedesimazione Cristiana
La forza dell'identificazione cristiana risiede nel fatto che Gesù stesso utilizza l'immagine di Daniele per descrivere il suo ritorno e la sua missione.
1. L'Identificazione di Gesù con il "Figlio dell'Uomo"
Gesù, rispondendo al Sommo Sacerdote durante il suo processo, lega direttamente la sua persona alla profezia messianica più potente di Daniele:
Vangelo di Marco (14:62): "Gesù disse: 'Io lo sono! E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo'."
Immedesimazione Naturale
In questo momento, Gesù non rivendica solo un titolo terreno, ma un'autorità celeste ed escatologica. Per gli ascoltatori ebrei (e poi per i cristiani), questo non è un'immagine casuale, ma la citazione diretta del testo di Daniele che parla di dominio, gloria e regno eterno dato da Dio stesso ("l'Antico di Giorni").
Significato per il Cristianesimo
Questa è la prova che Gesù è l'essere celeste con figura umana descritto da Daniele, colui che presiederà il Giudizio Universale e stabilirà il Regno di Dio definitivo.
2. Le Nubi come Simbolo Teofanico (Manifestazione Divina)
Come discusso, le nubi nell'Antico Testamento sono il segno distintivo della presenza e gloria di YHWH (la Shekhinah).
Immagine Ebraica (Fonte)
Colonna di Nube (Esodo) La nube avvolge Gesù nella Trasfigurazione, identificandolo come il Messia, figlio di Dio, e Mosè ed Elia si inchinano.
Trasposizione Cristiana (Significato)
Nubi di Daniele (Daniele 7:13) Gesù torna sulle nubi (Atti 1:9-11), simboleggiando la sua Seconda Venuta in gloria per giudicare.
"Cavalcare sulle nubi" (Salmi 104:3; Isaia 19:1) Questa è un'immagine biblica usata per YHWH. L'uso cristiano (Gesù che viene sulle nubi) è un'affermazione della sua divinità e della sua autorità sovrana.
L'arrivo sulle nubi esprime, quindi, che la manifestazione di Cristo è un atto divino che supera la storia umana (non viene dalla terra, ma dal cielo) ed è investito della stessa Gloria di Dio.
3. La Visione Apocalittica (Apocalisse)
L'immagine trova il suo culmine nell'ultimo libro del Nuovo Testamento, che completa l'immedesimazione:
Apocalisse 1:7: "Ecco, Egli viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero."
Questo versetto salda insieme la profezia di Daniele (la venuta sulle nubi) con la sofferenza terrena del Messia (quelli che lo trafissero - rif. a Zaccaria 12:10). La trasposizione è completa: il Cristo sofferente è anche il Figlio dell'Uomo celeste e glorioso.
L'esegesi ebraica fornisce la struttura teologica e i simboli (il Figlio dell'Uomo, le Nubi, il Giudizio) che il Cristianesimo utilizza per comprendere e annunciare la manifestazione finale di Gesù, vedendola come l'unica e naturale realizzazione di quelle antiche speranze.
La presenza della nube, identificata con la Shekhinah (la Presenza divina o Gloria di Dio), sul Monte Tabor durante la Trasfigurazione di Gesù esprime un concetto teologico fondamentale: la rivelazione della divinità di Gesù e la sua connessione con l'Antica Alleanza.
Simbolismo della Nube (Shekhinah)
Nel contesto biblico, in particolare nell'Antico Testamento, la nube è il segno per eccellenza della presenza di Dio (la Shekhinah):
Monte Sinai
Una nube avvolse il Monte Sinai quando Dio si rivelò a Mosè per donare la Legge (Esodo 19,16; 24,15-18).
Esodo
La colonna di nube guidava e proteggeva il popolo d'Israele nel deserto (Esodo 13,21).
Tabernacolo e Tempio
Una nube riempì il Tabernacolo e il Tempio di Salomone, indicando la dimora della gloria di Dio in mezzo al suo popolo (Esodo 40,34-35; 1 Re 8,10-11).
Significato Teologico nella Trasfigurazione
Nella Trasfigurazione (Matteo 17,1-8; Marco 9,2-8; Luca 9,28-36), la nube svolge un ruolo culminante e rivelatore:
Manifestazione della Divinità di Cristo
La nube che copre Gesù non è solo un richiamo alla presenza di Dio, ma attesta che Gesù stesso è la pienezza della Presenza divina.
L'evento manifesta, in un anticipo della gloria pasquale, la vera identità di Gesù come Figlio di Dio.
La Voce del Padre
Dalla nube si sente la voce di Dio Padre che proclama: "Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!" (Marco 9,7). Questo sigilla la rivelazione e pone Gesù al di sopra di Mosè (la Legge) ed Elia (i Profeti), che appaiono e conversano con Lui, ma poi scompaiono.
Il Nuovo Esodo
La conversazione di Gesù con Mosè ed Elia riguarda il suo "esodo che stava per compiersi a Gerusalemme" (Luca 9,31), cioè la sua Passione, Morte e Resurrezione. La nube, simbolo dell'Esodo antico e della presenza di Dio che guida il suo popolo, indica che Gesù è colui che realizzerà il nuovo e definitivo esodo per l'umanità attraverso il sacrificio della croce, portando a compimento le Scritture.
Anticipazione del Regno
L'episodio offre agli apostoli un'anticipazione della gloria futura di Cristo e del destino dei credenti, esortandoli a perseverare nonostante l'annunciata passione.
La nube sul Monte Tabor è la Shekhinah stessa che avvolge e autentica Gesù, rivelando che Egli è il Messia glorioso e il Figlio di Dio in cui risiedono l'Alleanza, la Legge e la Profezia.
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