Il concetto di risurrezione dei morti (tehiat he - metim in ebraico) è un fondamento dell'escatologia ebraica, sebbene la sua interpretazione e accettazione abbiano avuto uno sviluppo complesso e non uniforme nel corso della storia e della tradizione ebraica.
Sviluppo e Fonti Bibliche
Inizialmente, l'Antico Israele non aveva una chiara dottrina della vita dopo la morte; i defunti andavano nello Sheol, un regno oscuro e indistinto, privo di lode per Dio. La fede nella risurrezione emerge chiaramente in testi più tardi.
Progenitori della Speranza (Elia ed Eliseo)
Le narrazioni in 1 Re 17 e 2 Re 4, dove i profeti riportano in vita bambini, mostrano il potere assoluto di YHWH sulla vita e sulla morte, sebbene questi non siano considerati una "vera" risurrezione escatologica, ma un ritorno alla vita terrena.
Isaia 26:19
Questo è uno dei primi e più espliciti riferimenti: "I tuoi morti rivivranno, i miei cadaveri risorgeranno." Annuncia un ritorno alla vita per il popolo, spesso interpretato come un presagio di speranza nazionale.
Daniele 12:2
Questo passaggio offre la visione più dettagliata e completa nella Bibbia ebraica, legando la risurrezione a un giudizio finale: "Molti di coloro che dormono nella polvere della terra si sveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna eterna."
2 Maccabei 7
La narrazione dei martiri macabei nel II secolo a.C. testimonia la fede nella risurrezione dei corpi come ricompensa per la fedeltà a Dio.
Periodo del Secondo Tempio e Tradizione Rabbinica
Durante il periodo del Secondo Tempio, la dottrina della risurrezione fu oggetto di dibattito.
Farisei
Credevano fermamente nella risurrezione.
Sadducei
La rifiutavano, accettando solo i libri della Torah (i primi cinque libri della Bibbia) e non trovandovi un'esplicita menzione.
Letteratura Rabbinica (Talmud e Midrash)
La risurrezione divenne un principio fondamentale. La Mishnah (Sanhedrin 10:1) afferma che coloro che negano la risurrezione dei morti non avranno parte nel Mondo a Venire (Olam Ha-Ba). I rabbini la consideravano un atto di potenza e giustizia divina, dove l'uomo risorge nel suo insieme, corpo e anima, per ricevere la ricompensa o la punizione finale.
Teologia Ebraica e Maimonide
La fede nella risurrezione è uno dei Tredici Principi della Fede formulati da Mosè Maimonide (Rambam) nel XII secolo:
"Io credo con fede perfetta che ci sarà una risurrezione dei morti nel momento in cui piacerà al Creatore, benedetto il Suo Nome, e che il Suo Nome sarà esaltato in eterno."
Sebbene Maimonide e altri pensatori medievali (come Saadia Gaon) abbiano discusso ampiamente se la risurrezione implichi un corpo fisico o spiritualizzato, l'ortodossia ebraica ha mantenuto la convinzione di una risurrezione corporale come parte del destino escatologico finale, che avverrà nell'Era Messianica e condurrà all'Olam Ha-Ba (il Mondo a Venire).
La resurrezione dei morti nell'esegesi ebraica evolve da un'intuizione del potere illimitato di Dio sul destino umano a un principio dogmatico legato alla giustizia finale, in cui i giusti risorgeranno in un corpo rinnovato per godere dell'Era Messianica.
Nei Vangeli (Matteo 22:23-33; Marco 12:18-27; Luca 20:27-40).
Il rimprovero di Gesù ai Sadducei è un capolavoro di esegesi che utilizza proprio l'unica sezione delle Scritture che essi accettavano come vincolante: il Pentateuco (la Torah di Mosè).
Gesù non ricorre ai Profeti (come Isaia o Daniele), che parlano esplicitamente di risurrezione, ma si rifà al racconto di Mosè e il Roveto Ardente (Esodo 3:6), dove Dio si rivela: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, e il Dio di Giacobbe."
Ecco l'esegesi ebraica (o meglio, l'interpretazione che Gesù offre di un passo riconosciuto come sacro dai Sadducei) che si cela in questa frase:
La Prova Esegetica dal Pentateuco
1. Il Tempo Presente del Verbo Essere
Il punto cruciale è il tempo verbale utilizzato da Dio per descriversi a Mosè, secoli dopo la morte dei Patriarchi.
Dio non dice: "Io ero il Dio di Abramo..." (passato).
Dio dice: "Io sono il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe" (presente).
Nell'esegesi ebraica, Dio non è il "Dio dei morti" nel senso di un'entità che ha legami con persone la cui esistenza è terminata per sempre. Il fatto che Dio, il cui nome e patto sono eterni, si definisca in tempo presente come il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe implica che Abramo, Isacco e Giacobbe continuano ad esistere in qualche forma di relazione viva con Lui.
2. Il Dio del Patto (Berit)
La relazione di Dio con i Patriarchi è definita da un patto (Berit).
Dire "Io sono il Dio di Abramo" significa che Dio mantiene e onora il Patto che ha stabilito con lui.
Il patto era una promessa di vita, benedizione e terra (Genesi 12, 15, 17).
Se Abramo fosse semplicemente polvere senza alcuna possibilità di risveglio, Dio starebbe onorando un patto con dei morti, il che sminuirebbe la Sua fedeltà e il Suo potere. La dichiarazione "Io sono il loro Dio" afferma che il Patrimonio di vita che Dio ha promesso non può essere annullato dalla morte biologica.
3. La Natura Stessa di Dio (Il Dio dei Viventi)
La conclusione di Gesù è: "Dio non è un Dio di morti, ma di viventi" (Marco 12:27).
Poiché Dio è Vita e la Fonte di ogni vita, un Suo patto eterno implica un'esistenza eterna per coloro che Egli chiama "Suoi".
Il Nome che Dio rivela a Mosè, Ehyeh \ Aser \ Ehyeh ("Io sono Colui che Sono" o "Sarò Colui che Sarò"), sottolinea la Sua natura di Essere assoluto ed eterno. La Sua relazione con i Patriarchi, espressa in quel momento di rivelazione, li assimila in un certo senso a questa eternità.
Il Successo Esegetico
Gesù costringe i Sadducei, che negavano la risurrezione appellandosi alla sola Torah, ad accettare che il concetto di una vita oltre la morte è implicito nella stessa Torah.
Il Suo argomento è che se Dio continua a definirsi il Dio di persone fisicamente morte, è perché queste persone sono, per Lui, ancora vive e attendono il pieno compimento del Patto nella risurrezione.
Questo tipo di interpretazione, che estrae una dottrina complessa da un'affermazione concisa del Pentateuco, è un esempio brillante di esegesi rabbinica (Midrash), anche se applicata in un contesto polemico.
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