Il "Padre Nostro" (o Oratio Dominica, "preghiera del Signore") è il modello e la sintesi di tutta la preghiera cristiana, lasciata da Gesù stesso ai suoi discepoli. La sua teologia è ricchissima e si concentra su alcuni concetti fondamentali.
Filiazione e Comunità
"Padre Nostro che sei nei cieli": L'invocazione iniziale stabilisce la base di tutta la preghiera: il credente si rivolge a Dio non come a un padrone distante, ma come a un Padre, rivelazione centrale di Gesù. La parola "nostro" sottolinea che la relazione con Dio non è solo individuale, ma si vive all'interno della comunità dei figli (la Chiesa).
Trascendenza e Prossimità: "Che sei nei cieli" afferma la maestà e la trascendenza di Dio (la sua "alterità"), bilanciata immediatamente dalla confidenza e vicinanza del termine "Padre".
Le Prime Tre Domande: Gloria di Dio
Le prime tre richieste sono orientate alla gloria di Dio e all'attuazione del suo piano, prima ancora di chiedere per sé:
"Sia santificato il tuo nome": Si chiede che il nome di Dio (che nella Bibbia è la sua stessa persona) sia riconosciuto, onorato e manifestato come Santo nella vita e nelle azioni dei credenti.
"Venga il tuo regno"
Si chiede l'avvento definitivo del Regno di Dio, ma anche che esso si manifesti già oggi nel mondo attraverso la giustizia, la pace e la carità.
"Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra"
È la richiesta di conformare la propria volontà a quella divina, che è amore e salvezza, superando l'egoismo umano.
Le Ultime Quattro Domande: Bisogni Umani
Le richieste successive riguardano i bisogni fondamentali dell'uomo, in un ordine che va dal materiale allo spirituale:
"Dacci oggi il nostro pane quotidiano"
Non si intende solo il sostentamento materiale (il pane come simbolo del necessario per vivere), ma anche il Pane Eucaristico (il Cristo stesso) e la Parola di Dio, necessari per la vita spirituale. Il "quotidiano" (o epiousios) ha anche una valenza escatologica, alludendo al pane del Regno che viene.
"Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori"
È la richiesta cruciale del perdono. Sottolinea l'indissolubile legame tra il perdono che si riceve da Dio e la condizione per cui si è disposti a perdonare gli altri. Il perdono fraterno è la "prova" della comprensione del perdono ricevuto.
"E non ci indurre in tentazione / non abbandonarci alla tentazione"
(La formulazione è stata oggetto di revisione liturgica in italiano). È la richiesta di essere sostenuti nella prova e di ricevere la forza (lo Spirito Santo) per non soccombere alla seduzione del male.
"Ma liberaci dal Male"
La richiesta finale non è solo di liberazione dai mali generici, ma soprattutto dal Malvagio (Satana), inteso come potenza personale del male.
La teologia del Padre Nostro è un programma di vita spirituale e comunitario. Ci insegna a mettere al primo posto la gloria di Dio e l'avvento del Suo Regno, e a chiedere per noi il necessario per vivere (materiale e spirituale), sempre nella dimensione del perdono e della fiducia filiale.
L'esegesi del Padre Nostro (o Oratio Dominica) secondo la sua formula originaria rivela che questa preghiera è profondamente radicata e costruita sulla tradizione ebraica del tempo di Gesù. Non è una preghiera creata ex novo, ma una sintesi brillante e originale di concetti, formule e speranze già presenti nella liturgia e nella pietà giudaica.
L'Invocazione: "Padre Nostro che sei nei cieli"
L'idea di Dio come Padre (ebraico: 'Avinu), sebbene non fosse la forma più comune di appellativo nel periodo del Secondo Tempio, era ben presente nella Scrittura ebraica (p. es. Is 63,16: "Tu sei nostro Padre, ti chiami nostro redentore").
Riferimenti Ebraici
L'espressione ebraica 'Avinu shebashamayim (Padre nostro che è nei cieli) si trova in diverse preghiere liturgiche e formule ebraiche (come la quinta benedizione dell'Amidah e le preghiere litaniche 'Avinu Malkenu, "Padre nostro, nostro Re").
Significato
Gesù dona a questo appellativo la massima vicinanza e confidenza (Abbà in aramaico, la lingua parlata), ma la formula iniziale è pienamente ebraica e comunitaria (il "nostro").
Le Prime Richieste: La Gloria di Dio
Le prime tre richieste sono orientate al compimento del piano divino nel mondo, un tema centrale nella liturgia ebraica.
Invocazione del Padre Nostro Parallelo nella Tradizione Ebraica (Qaddish, Berakhot, ecc.)
Sia santificato il Tuo nome
È il tema centrale del Qaddish (lett. "Santificazione"), una delle preghiere più importanti. La formula aramaica recita: Yitgadal v'yitkadash sh'mei raba ("Sia magnificato e santificato il Suo grande Nome").
Venga il Tuo regno
Un'altra richiesta centrale nel Qaddish, che prosegue: v'yamlikh malchutei ("Ed Egli stabilisca il Suo Regno"). La speranza messianica e l'attesa del Regno (ebraico: Malkhut Shamayim) erano ferventi.
Sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra
Troviamo formule simili nelle preghiere rabbiniche, ad esempio: "La Tua volontà sia di guarirmi, ma se la mia morte è stabilita da Te la accetterò con amore dalle Tue mani" (Preghiera in punto di morte) e la preghiera di R. Eliezer: "Tale possa essere la Tua Volontà, Signore" (Talmud). Si chiede la conformità alla volontà divina (Deuteronomio 32,4).
Le Richieste Umane: Bisogno e Perdono
Invocazione del Padre Nostro Parallelo nella Tradizione Ebraica (Amidah, Selichot, Midrash, ecc.)
Dacci oggi il nostro pane quotidiano La richiesta del sostentamento necessario si trova nelle Scritture (p. es. Proverbi 30,8: "Non darmi né povertà né ricchezza, ma fammi avere il cibo necessario") e nelle preghiere per il cibo e le preghiere penitenziali (Selichot).
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori L'idea che il perdono divino sia condizionato dal perdono dato al prossimo è un principio etico ebraico ben consolidato: "Perdona l'offesa al tuo prossimo, e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati" (Siracide 28,2). Nella preghiera 'Avinu Malkenu si chiede: "Padre nostro, nostro Re, perdona e rimetti tutte le nostre colpe."
E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male
Preghiere come la Tefillah del mattino contenevano suppliche per non essere portati a peccare: "Non abbandonarmi al potere del peccato, né al potere della colpa, né al potere della tentazione, né al potere della vergogna" (Talmud Babilonese, Berakhot 60B). La liberazione dal "Male" è intesa spesso come liberazione dal Malvagio (Satana), la forza tentatrice.
La preghiera del Padre Nostro ha subito poche ma significative evoluzioni nel corso della storia, non tanto nella sua essenza teologica, quanto nella sua formulazione linguistica e nell'interpretazione culturale di alcune frasi chiave, portando talvolta a percepire una "perdita" del senso originale.
I cambiamenti principali si concentrano su tre aspetti:
La Doxologia Finale (l'aggiunta liturgica).
La Traduzione del "Pane Quotidiano".
L'Interpretazione della "Tentazione" (il cambiamento più recente in italiano).
Variazioni Testuali Originari (Matteo vs. Luca)
Già nei Vangeli, la preghiera non è identica, a dimostrazione che Gesù fornì una traccia essenziale, che le prime comunità adattarono leggermente per esigenze liturgiche:
Vangelo di Matteo (Mt 6,9-13): Versione più lunga e completa, è quella che usiamo comunemente, inserita nel Discorso della Montagna.
Rimetti a noi i nostri debiti (in aramaico hoba indicava sia il debito economico che la colpa/peccato).
Vangelo di Luca (Lc 11,2-4): Versione più breve e sintetica, tramandata come risposta a una richiesta dei discepoli.
Perdona a noi i nostri peccati.
Manca l'invocazione "sia fatta la tua volontà".
Queste differenze non ne alterano il senso, ma mostrano la flessibilità del testo nelle prime comunità.
La Traduzione del "Pane" e il suo Senso
La richiesta "Dacci oggi il nostro pane quotidiano" nasconde una complessità linguistica che ha generato interpretazioni diverse nel tempo.
Il Termine Greco
Epiousios
È un termine raro (forse coniato dagli evangelisti) che significa letteralmente "soprasostanziale", "necessario per l'esistenza" o, secondo alcuni Padri della Chiesa, "del giorno che viene" (riferito al futuro escatologico o al domani).
L'Interpretazione Originale
L'esegesi ebraica e l'aramaico suggeriscono un doppio significato che è stato parzialmente perso.
Il Sostentamento Materiale
Il cibo necessario per vivere giorno per giorno (il senso del quotidiano).
Il Pane Spirituale
Riferimento all'Eucaristia (il Pane di Vita, corpo di Cristo) e alla Parola di Dio, essenziali per la vita cristiana (il senso di soprasostanziale).
L'Evoluzione
La traduzione latina ha optato per quotidianum (quotidiano), semplificando il significato. Nel tempo, l'enfasi si è spostata prevalentamente sul bisogno materiale e temporale, sminuendo la potente valenza sacramentale ed escatologica che vedeva in quel "pane" anche l'anticipazione della salvezza finale.
Il Problema Teologico della "Tentazione" (Il Cambiamento Recente)
Questo è il cambiamento più noto e recente in Italia (introdotto nella Messa nel 2020), e pretende di recuperare il senso teologico originale.
Formulazione Precedente (Tradotta dal Latino ne nos inducas) Formulazione Attuale (Tradotta dal Greco mé eisenénkes) La Perdita di Senso Evitata
"E non ci indurre in tentazione" "E non abbandonarci alla tentazione"
La formula precedente aveva creato un problema teologico.
Dio può indurre (spingere) al male? Il senso originale della preghiera (come confermato dalla Lettera di Giacomo 1,13: "Dio non tenta nessuno") è che Dio non è l'autore della tentazione, che è opera del Maligno.
Senso Percepito (Tentazione)
Dio come potenziale istigatore o tentatore.
Senso Recuperato (non abbandonarci)
Richiesta di aiuto al Padre per non soccombere nella prova (il termine greco peirasmos significa sia tentazione che prova) e di non essere abbandonati nelle mani del Maligno.
In questo caso, il cambiamento linguistico ha voluto riordinare la fedeltà teologica originale al concetto di Dio Padre che non può volere il male del figlio, ma che lo soccorre nella prova.
Tuttavia, la formula "non abbandonarci alla tentazione" può effettivamente suggerire che l'incontro con la tentazione sia una condizione inevitabile dell'esistenza umana, spostando l'attenzione dall'evitare la tentazione stessa al chiedere aiuto per superarla.
La discussione sulla traduzione è stata al centro del dibattito teologico per decenni, e la ragione risiede nell'ambiguità del verbo originale greco e nella presunta formula aramaica parlata da Gesù.
La Formula Originale in Greco e le sue Implicazioni
La preghiera del Padre Nostro ci è giunta in greco antico, principalmente attraverso il Vangelo di Matteo (6,13).
La formula è:
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν
καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς ( kai mē eisenénkēs hēmās ): "e non farci entrare" / "e non portarci dentro".
εἰς πειρασμόν ( eis peirasmón ): "nella prova" / "nella tentazione".
1. Il Significato del Verbo Greco (eisenénkēs)
Il verbo greco, εἰσενέγκῃς (aoristo congiuntivo di eisphérō), significa letteralmente "portare dentro" o "far entrare".
La traduzione letterale, fedele al testo greco, sarebbe stata:
"E non farci entrare nella prova/tentazione."
Questa è la traduzione che molti studiosi ritengono più vicina al senso originario del testo di Matteo, e fu la base per il latino ne nos inducas (non ci indurre), che ha il senso di "non permettere che entriamo".
Il Problema della Traduzione in Latino (inducas)
Il problema è nato con la Vulgata latina (San Girolamo), che usò il verbo inducas:
"Et ne nos inducas in tentationem."
Il verbo latino inducere significa "condurre dentro", ma nel linguaggio comune ha assunto la sfumatura di "spingere a fare", "istigare", il che ha portato alla traduzione italiana: "non ci indurre in tentazione".
Questo ha creato il cortocircuito teologico, in quanto sembrava implicare che Dio potesse istigare l'uomo al male, contraddicendo la teologia biblica (come visto in Giacomo 1,13: "Nessuno, quando è tentato, dica: 'Sono tentato da Dio'; perché Dio non può essere tentato dal male ed egli non tenta nessuno").
Il Tentativo di Recupero (La Nuova Formula)
La nuova formula italiana, "non abbandonarci alla tentazione", si basa sull'interpretazione che la formula aramaica originale di Gesù (che non possediamo) avesse un senso permissivo o causativo indiretto, cioè:
"Non permettere che la tentazione abbia la meglio su di noi" o "Non permetterci di cadere nella tentazione".
L'espressione "non abbandonarci" è stata scelta per superare l'idea che Dio sia l'autore della tentazione, ma in un certo senso impoverisce il senso della preghiera.
Se si cerca la formula più vicina al testo greco pervenutoci bisognerebbe invocare:
"E non farci entrare nella prova."
Questa formula, pur essendo letterale, esprime il desiderio del credente di non essere sottoposto a una prova troppo grande che lo porti alla caduta, senza necessariamente implicare l'inevitabilità della tentazione in generale. È una richiesta di protezione preventiva da situazioni di caduta.
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