Erode il Grande e il Vangelo di Matteo: Tra Verità Storica e Teologia Politica
Il racconto della visita dei Magi e della successiva Strage degli Innocenti, contenuto nel Vangelo di Matteo, è da secoli al centro di un acceso dibattito tra storici e teologi. Sebbene la critica moderna tenda a considerare questi episodi come elaborazioni simboliche (Midrash), un’analisi più approfondita rivela che la narrazione si innesta con precisione chirurgica nel clima politico e psicologico del regno di Erode il Grande.
L’Ossessione della Legittimità: L’Idumeo sul Trono
Per comprendere la ferocia descritta nel Vangelo, occorre guardare alle origini di Erode. Egli non era un discendente della stirpe reale di Davide, ma un Idumeo. Gli Idumei erano un popolo confinante, convertito all'ebraismo solo pochi decenni prima. Per l'aristocrazia giudaica, Erode restava un "semi-giudeo", un usurpatore sostenuto militarmente da Roma. Erode sapeva di essere un Rex Socius (un re alleato dei Romani), ma non un re legittimo per gli ebrei.
Eusebio di Cesarea riporta un dettaglio significativo: Erode avrebbe ordinato il rogo degli archivi genealogici conservati nel Tempio. L'obiettivo era chiaro: cancellare le prove della sua origine straniera e impedire che altri potessero vantare una nobiltà di sangue superiore alla sua. In un mondo dove la genealogia era identità, bruciare i registri significava tentare di riscrivere la storia.
La Paranoia come Metodo di Governo
La visita dei Magi, che giungono a Gerusalemme chiedendo del "Re dei Giudei che è nato", colpisce Erode nel suo punto più vulnerabile. La sua reazione — il turbamento profondo e il tentativo di ingannare i saggi stranieri — è coerente con il ritratto fornito dallo storico Giuseppe Flavio.
Il "Segreto" e l'inganno dei Magi
Il fatto che Erode chieda ai Magi di riferirgli dove si trovi il bambino "per andare ad adorarlo" (mentre intende ucciderlo) rispecchia perfettamente la sua nota astuzia politica. Erode era famoso per eliminare i rivali non solo con la forza, ma con intrighi e promesse tradite. Egli fu un re tormentato dal sospetto e, per proteggere il trono, non esitò a eliminare:
La moglie Mariamne, ultima esponente della dinastia sacerdotale dei Maccabei.
I suoi stessi figli, accusati di complotto.
Centinaia di oppositori politici.
Si dice che l'imperatore Augusto abbia esclamato: "È meglio essere il maiale di Erode che suo figlio" (giocando sull'assonanza greca tra hys, maiale, e hyios, figlio), ironizzando sul fatto che il re rispettasse i precetti alimentari ebraici ma non la vita dei propri consanguinei. In questo contesto, l'ordine di eliminare i bambini di Betlemme non appare come un'invenzione assurda, ma come un'azione perfettamente in linea con il modus operandi di un sovrano che aveva già sterminato la propria famiglia.
Il Significato del Racconto di Matteo
Se da un lato la storia dubita della realtà fisica della "stella", dall'altro riconosce a Matteo una verità tipologica. L'evangelista utilizza la figura storica del tiranno idumeo per delineare un contrasto netto:
Erode
Il re illegittimo che distrugge gli archivi per nascondere il passato e usa la morte per fermare il futuro.
Gesù
Il re legittimo (davidico) che, pur nascendo nell'ombra, incarna il compimento delle promesse che Erode cercava di cancellare.
La Fuga come Necessità Politica
È proprio in questo clima che il racconto evangelico rivela la sua più profonda plausibilità storica. La fuga in Egitto della Sacra Famiglia viene spesso letta solo come un espediente teologico per richiamare la figura di Mosè, ma se analizzata nel contesto del tempo, appare come una scelta di sopravvivenza obbligata.
Sfidare Erode sul piano della legittimità significava esporsi a una macchina repressiva che non lasciava scampo. Sapendo che il Re aveva già cercato di oscurare il diritto messianico distruggendo le prove documentali (gli archivi), la nascita di un discendente davidico a Betlemme rappresentava un "sabotaggio" vivente che Erode doveva estirpare a ogni costo.
Il racconto di Matteo, dunque, non è solo una costruzione dottrinale: è il resoconto di una clandestinità necessaria. In un regno dove la Verità storica veniva bruciata nei forni del Tempio e i legittimi eredi venivano giustiziati nelle fortezze, la salvezza del Messia poteva passare solo attraverso l'esilio. La fuga non è dunque un "trucco" narrativo, ma la risposta logica e verosimile alla furia di un politico idumeo che, pur di non cedere il passo al diritto davidico, era disposto a cancellare il futuro della sua stessa nazione.
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