Vesti di Gloria e di Luce
In questo testo Leone di Giuda ci porta a considerare la "Responsabilità" che ognuno di noi è chiamato a indossare. Essere cristiani non è un nome ma una cosa. Nel'esegesi ebraica la Dabar (Verbo) è Evento e Cosa. Si è chiamati a vivere la cristianità, ad essere il sale della terra.
"Farai per tuo fratello Aharon vesti di santità, per gloria (kavod) e per splendore (tiferet)". (Esodo=Shemot 28:2)
La Torah non descrive un dettaglio estetico, ma una struttura teologica: "OMBRA DI COSE FUTURE"
Le bigdei kehunnah non sono semplici indumenti cultuali: esse costituiscono una grammatica visibile della santità. Il testo non dice soltanto "vesti sante", ma vesti di "kavod e tiferet".
Il termine "kavod" deriva dalla radice כ־ב־ד, che indica peso, gravità, consistenza. Onorare significa attribuire peso reale. Disonorare è alleggerire, banalizzare.
Secondo Maimonide le vesti non glorificano il sacerdote in quanto individuo, ma la funzione che rappresenta: il servizio davanti a HASHEM (Il Nome). La dignità dell’abito educa alla coscienza della Presenza.
L’abito è pedagogia Messianica
Santità come le Scritture, in particolare negli scritti di Saul (Paolo) di Tarso descrivono il "rivestirsi nel mashiach (Messia) come un atto spirituale in cui il discepolo abbandona la vecchia natura e indossa virtù come misericordia, bontà, umiltà, pazienza e perdono. Questa metafora indica l'unità con Lui, portando le vesti della fede destinazione esclusiva.
Kadosh non indica "magia intrinseca", ma separazione funzionale.
Un oggetto è santo perché è sottratto all’uso comune e riservato al servizio divino.
La santità è destinazione.
Qui si comprende l’opposizione non tra sacro e materiale, ma tra sacro e ordinario (chol). La banalizzazione è il vero contrario del santo.
Leone di Giuda
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