Nel linguaggio comune, oggi diciamo "aver fede" come sinonimo di "supporre". È un atto mentale, fragile, che vacilla al primo soffio di vento. È il rifugio di chi non vede e spera che qualcosa ci sia. Ma questa non è la fede degli antichi; questa è un'ombra di ciò che è concreto.
A differenza della filosofia occidentale, dove la fede è spesso contrapposta alla ragione, nell'Antico Testamento la 'Emunah è una proprietà relazionale.
La ’Emunah è la fedeltà di Dio al Suo patto. È la Sua immutabilità operativa. Dio è "Roccia" (Tsur) proprio perché possiede la massima ’Emunah.
Per l'uomo, avere ’Emunah non significa "credere che Dio esista", ma "dimorare nella stabilità di Dio". È un atto di abbandono attivo (cfr. Isaia 7,9: "Se non crederete — ta’aminu — non resterete saldi — te’amenu").
Qui l'esegesi evidenzia un gioco di parole teologico: la sussistenza dell'uomo dipende dal suo innesto nella fermezza divina.
Il sostantivo femminile ’Emunah deriva dalla radice trilatera ’MN (א-מ-ן), la cui area semantica fondamentale non è legata all'assenso intellettuale (tipico del credo latino o del pisteuo greco ellenistico), ma alla stabilità fisica e ontologica.
Nel concreto, la radice esprime il concetto di "stare saldi", "essere fermi" o "sostenere". Da questa radice derivano:
’Amān: il verbo al nifal significa "essere reso saldo", "essere affidabile".
’Amēn: avverbio di conferma liturgica e giuridica.
’Omen: l'educatore o il tutore, colui che sostiene e offre stabilità al fanciullo.
Il concetto di "conoscenza" (Da’at, dalla radice Yada י-ד-ע) completa il quadro esegetico.
In ebraico, il verbo Yada (conoscere) non indica un sapere intellettuale (come il gnosko greco inteso in senso speculativo), ma un'unione profonda.
"Adamo conobbe (Yada) Eva, sua moglie" (Genesi 4,1).
La conoscenza biblica non è speculativa, ma esperienziale e trasformativa: Si definisce come conoscenza per partecipazione.
Conoscere Dio significa entrare in una comunione di intenti e di vita.
La ’Emunah è la condizione dinamica di questa conoscenza: è la costanza del restare uniti a ciò che si è conosciuto.
Non c'è ’emunah senza Da’at, perché non si può poggiare il proprio peso su ciò che non si è esperito intimamente.
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