L'uomo tra mito e realtà

Pubblicato il 18 aprile 2026 alle ore 08:36

L’Antropogonia del Sistema: L'Uomo tra il mito e la realtà 

​In tutte le cosmogonie antiche, la creazione dell'uomo non è un atto di fantasia, ma un’esposizione allegorica della storia umana e della sua tragedia nel tempo.

 

​La Sostituzione: Dalla Natura all'Artificio

​Secondo i Sumeri, all'origine gli dèi minori — gli Anunnaki — erano stremati dal peso dell'esistenza: scavare canali, faticare, governare la materia. Si ribellarono. 

In questo passaggio mitico, le divinità che incarnano le forze primordiali della natura lasciano il posto all'uomo, che comincia a modellare il paesaggio a proprio piacimento.

​Qui nasce la prima grande illusione: l'uomo non eredita un giardino, ma un cantiere. Enki, il dio della sapienza e delle acque dolci (il "serpente" sapiente delle traduzioni successive), propone la soluzione tecnica: creare un sostituto che porti il peso del lavoro. L’uomo, dunque, non nasce da un atto d’amore, ma da una necessità di servizio. Nasce per prendere il posto di Enki (il Serpente), che impone la Conoscenza come nuova forma di schiavitù su un essere originariamente libero.

 

​Il Sangue del Ribelle e l'Argilla dell'Abisso

​Non fu una creazione di grazia, ma di urgenza. Presero l'argilla dell'Abisso (Abzu) e la mescolarono con il sangue di un dio sacrificato per dargli l'intelligenza. L'uomo riceve così un'eredità "sporca": un'intelligenza nata dalla rivolta e dal sangue, una razionalità finalizzata solo al mantenimento del sistema.

 

​La Sfida tra Enki e la Dea Madre: Il Banchetto del Disordine

​Il mito della sfida tra Enki e la dea Ninmah (la Donna/Signora della Montagna) narra l'origine della nostra opacità. Durante un banchetto, ottenebrati dagli eccessi, i due si sfidano a modellare l'argilla. Ninmah crea sette tipi di esseri umani "imperfetti", segnati da disabilità e deformità fisiche.

​Questo passaggio descrive crudamente il contesto privo di morale delle prime società agricole, dedite agli eccessi e alla consanguineità. Le aberrazioni fisiche — frutto di incesti e indigenza — vengono proiettate nel mito come il risultato di uno stato di alterata lucidità delle divinità. La risposta di Enki a questo disordine non è la cura, ma la burocratizzazione: egli trova un "posto nella società" e un lavoro per ognuna di queste creature.

 L’anomalia viene istituzionalizzata; il dolore diventa ingranaggio.

 

​La Vocazione Spezzata: La Donna e il Destino

​In questo scenario, la Donna (Munus) non è più la "madre dei viventi", ma la co-creatrice che modella attivamente l'argilla per il sistema. Lei dà la forma fisica (la materia), mentre Enki (il Serpente) dà il Destino (Nam).

​Questi racconti, spesso accostati alla Genesi, offrono in realtà un supporto narrativo fondamentale alla teologia giudaico-cristiana per contrasto: mostrano ciò da cui siamo stati chiamati a uscire. La Donna, o la "Grande Madre", nella sua connivenza con il Serpente, non crea più per dare una vita libera, ma per la schiavitù.

 

​La Conoscenza come Catena

​Qui risiede la chiave di lettura più potente: la Conoscenza di Enki (Serpente) non è emancipazione dal contesto originario, ma una catena. È il "Nam" (destino) che definisce l'uomo in base alla sua utilità: ricco o povero, debole o forte, schiavo o libero. L'uomo è l'erede di questo fango: un essere che ha barattato la sua origine libera con un ruolo sociale, diventando una ruota nel grande ingranaggio della Conoscenza.


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