120 anni dell'Uomo

Pubblicato il 24 maggio 2026 alle ore 07:49

Nella gematria e nell'esegesi ebraica, il numero 120 (e nello specifico i "120 anni dell'uomo") non è un semplice dato anagrafico, ma rappresenta un confine teologico preciso: è il limite della pienezza umana, il compimento del tempo concesso alla carne prima che lo spirito debba rendere conto al Creatore.

 

Il numero compare per la prima volta in Genesi 6,3, quando Dio, vedendo la corruzione dell'umanità prima del diluvio, decreta:

 

​"Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne; i suoi giorni saranno centoventi anni".

 

Dio sta dicendo: "Il soggiorno dell'uomo nella carne durerà fino a quando non avrà a disposizione la misura perfetta (120) per compiere il suo ciclo di risveglio".

 

l'Anno (Shanah in ebraico, che condivide la stessa radice di Shinui, "cambiamento", e Mishnah, "ripetizione/studio") è l'unità di misura dello spirito.

​I 120 anni indicano la misura della pienezza necessaria per raggiungere la conoscenza Divina.

 

​"Mosè aveva centoventi anni quando morì; la vista non gli si era spenta e il vigore non gli era venuto meno".

 

Raggiungere i 120 anni come Mosè significa aver compiuto interamente la propria missione terrena senza che lo spirito si sia logorato, mantenendo la "vista" interiore intatta di fronte al Logos.

 

I 120 anni non rappresentano dunque un aspetto cronologico della vita umana, ma esprimono un perimetro necessario all'uomo affinché conosca Dio, la possibilità di riconoscere la sua presenza, ma poiché egli è carne questo tempo è limitato, è il tempo di Grazia alla conversione e la riconciliazione con Dio.


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