Nell'esegesi ebraico-cristiana, il Mondo che Verrà — l’Olam Ha-Ba (עוֹלָם הַבָּא) — non è un nuovo mondo, ma il mondo presente radicalmente trasformato, glorificato e ricondotto alla sua trasparenza originaria.
Nell'Apocalisse di Giovanni, con la discesa della Nuova Gerusalemme, la città celeste non distrugge la creazione, ma la ricapitola nella gloria: è fatta di oro puro e pietre preziose simili a cristallo trasparente, segno di una materia totalmente penetrata dalla luce del Logos, dove non c'è più spazio per il nascondimento, la menzogna o le "foglie di fico" della caduta.
In questa creazione rinnovata, il testo sacro annota un dettaglio cosmologico fondamentale: «Il mare non c'era più» (Apocalisse 21,1). Per la mentalità biblica ed ebraica, il mare (Yam) o l'abisso (Teom) non è un semplice elemento naturale, ma il simbolo ancestrale del caos primordiale, dell'abisso oscuro, delle potenze nemiche e, di conseguenza, del male che minaccia l'ordine divino.
Dire che il mare non c'è più non significa che la nuova terra sia arida, ma che il caos è stato definitivamente inghiottito e sottomesso. Il male non ha più un luogo in cui annidarsi. Senza l'abisso del mare, la creazione guarita sperimenta la pace assoluta dell'ordine ritrovato.
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