«Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2,20).
La frase di San Paolo viene spesso interpretata come un atto di devozione mistica o un annullamento della volontà, tuttavia, se analizziamo il greco biblico e nella sapienza antica, emerge una verità molto più profonda: non si tratta di una sostituzione di personalità, ma di una restaurazione ontologica.
Il Risveglio dall'Illusione dell'Io
Nel testo originale, l'uso del termine Ouketi egō ("Non più io") segna il ripristino dell'essenza ontologica (L'Essere) a discapito di costruzioni ideologiche. L'uomo vive identificandosi in contesti culturali e sociali artificiali, con un Io frammentato, drogato di ego e chiuso in paraventi che gli impediscono di percepire la realtà dell'Essere. Paolo annuncia che questo Io — l'uomo vecchio coperto dalle "foglie di fico" della finzione — non è il vero soggetto della vita.
Il vero vivere (Zō) non è un evento statico, ma un'irradiazione continua. Quando Paolo dice che Cristo vive in lui, sta descrivendo il ritorno all'Adam Kadmon, l'archetipo dell'uomo perfetto.
Cristo non agisce come un estraneo che muove un burattino, ma come la sorgente che ripristina l'Immagine e Somiglianza originaria.
L'Emulazione dell'Essere
Questa non è un'imitazione morale esteriore, ma un'emulazione ontologica. L'uomo non "scimmiotta" il divino; egli si rende trasparente affinché il Logos possa operare attraverso di lui. È il passaggio dalla pluralità come labirinto alla pluralità come irradiazione.
Comprendere che il centro del controllo non risiede nell'ego, ma nell'ordine universale, significa spogliarsi delle foglie di fico per tornare alla "nudità" originaria, dove l'essere non è più coperto dalla menzogna.
San Paolo dichiara di aver ripristinato quell'ordine naturale al quale l'uomo venne creato.
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